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condizioni lavorative

Condizioni lavorative inadeguate e boom di dimissioni

La situazione pandemica è stata sicuramente una situazione che ha permesso di mescolare le carte e fare in modo che molte persone ripensassero alle proprie condizioni lavorative, apportando un cambiamento di mentalità irreversibile.

 

I giovani vogliono di più

 
Soprattutto i giovani sono alla ricerca di un qualcosa che li faccia sentire autori del proprio lavoro, e non vittime. Sono alla ricerca di nuovi contesti accoglienti, innovativi, formativi, etici, sostenibili e responsabili, proprio per questo non si accontentano più. Nonostante la ricerca di un’occupazione sia un terreno delicato e complesso da calpestare, molte persone preferiscono rimettersi in gioco, piuttosto che vivere in un contesto di insoddisfazione lavorativa.

Ci sono tanti fattori che influenzano questa scelta, tra cui quello del rispetto dei propri valori individuali.

Vi sono situazioni in cui individui accettano lavori, soltanto per poter finalmente avere un’occupazione, ma sempre più spesso, quando una persona ha una possibilità di scelta a riguardo, tende a volere qualcosa di più, e non esclusivamente in termini economici.

Si vuole di più da sé stessi e per sé stessi, ed è così che si arriva ad un cambiamento e ad un boom di dimissioni.

Le ragioni possono certamente essere legate agli stipendi ricevuti, ma si ricercano migliori condizioni lavorative, un maggior equilibrio tra il lavoro e la vita privata, ma anche un senso di appartenenza al ruolo che si va a rivestire ed all’azienda in cui si va a lavorare.

Sempre di più, si sente la necessità di far parte di un team nel senso più stretto del termine, difatti si vanno a ricercare anche i propri valori anche all’interno dell’impresa, o tra le persone che lavorano al suo interno.

 

 

Boom di dimissioni: i dati

 
Partendo da più lontano, in senso chilometrico, possiamo dire che le prime avvisaglie fossero già arrivate dagli Stati Uniti, dove nel Luglio 2021, ben quattro milioni di americani hanno deciso di lasciare il proprio lavoro. Un alto numero di dimissioni si è registrato anche nei mesi precedenti e in quelli successivi, raggiungendo 20,2 milioni di posti di lavoro da maggio a settembre 2021.

Questo fenomeno ha coinvolto principalmente dipendenti tra i 30 e i 45 anni di livello medio, persone che andavano a cercare migliori condizioni lavorative, prospettive più adeguate e maggior equilibrio vita-lavoro.

Quello che spinge molte volte le persone a lasciare il proprio lavoro, è quella che viene definita sindrome da burnout, che si manifesta nel momento in cui una situazione professionale viene vissuta come logorante dal punto di vista psicofisico. La si percepisce attraverso una sensazione di sfinimento, un calo dell’efficienza lavorativa, un senso di cinismo rispetto al lavoro ed un aumento del distacco mentale.

Non solamente in America, però, si sta vivendo questa tipologia di situazione.

 

 

Ricerche e dati italiani 

 

Anche nel nostro paese si può evidenziare un aumento considerevole di lavoratori che si sono dimessi, specialmente nel secondo trimestre del 2021. L’incremento è del 37% sul trimestre precedente e addirittura dell’85% rispetto al secondo trimestre del 2020.

Secondo i dati dell’Associazione Nazionale della Direzione del Personale, nei primi mesi del 2021 sono stati circa 770mila i lavoratori con contratto a tempo indeterminato che hanno deciso di dimettersi, specialmente i giovani tra i 26 e i 35 anni.

Forse si tratta della fascia di età che ha più possibilità di “rischiare” e mettersi nuovamente in gioco, ma quello che emerge dalle statistiche è proprio il fatto che molte persone compiano questa scelta per “dare un nuovo senso alla propria vita”.

Frustrazione, senso di smarrimento, inerzia, sofferenza psicologica, sono alcuni dei fattori che accompagnano un individuo prima di compiere una scelta simile, e questi sono apparentemente stati resi più evidenti in una situazione di incertezza del proprio futuro (non soltanto dal punto di vista lavorativo) dettata dalla situazione di pandemia.

Dopo questo periodo, dove ciascun individuo e ciascuna famiglia ha vissuto un momento così difficile, seppur in maniera diversa, le persone hanno deciso di “mettere ordine” partendo, perché no, dalla propria condizione lavorativa.

Per quanto ciascuno di noi possa convincersi del fatto che la nostra vita sia quella che va al di fuori del luogo di lavoro, la verità è che la nostra occupazione ci impegna gran parte delle nostre giornate, e di conseguenza tende ad influenzare, in maniera positiva o negativa, anche tutto quello che è il nostro tempo libero.

Si parte dunque dalla necessità di stare bene e di essere felici a lavoro, e di conseguenza di andarlo a sostituire se questo non rispetta i nostri requisiti.

 

 

Soluzioni per le aziende 

 
Dall’altra parte, come ci si deve comportare?

Le aziende devono adeguarsi alle nuove richieste e alle nuove condizioni, e devono attuare strategie efficaci per contrastare il fenomeno in atto, promuovendo il benessere dei propri dipendenti, riducendo lo stress e migliorando di conseguenza la loro vita.

Devono impegnarsi quindi, non soltanto ad attrarre nuovi talenti, ma soprattutto a trattenere quelli già presenti.

Le soluzioni possono essere differenti. Si può puntare sulla sostenibilità, andando a creare valore ed appartenenza all’interno di un team; introdurre piani di welfare aziendale, per andare a supportare i lavoratori dal punto di vista anche economico; introdurre momenti di scambio e di confronto, per permettere a ciascuno di lavorare in un ambiente dove ciascuno possa esprimersi liberamente; incentivare la formazione, la comunicazione, lo smart working, un orario flessibile, e tanto altro.

Lo scopo, però, deve essere solamente uno: quello di impegnarsi, sfruttando tutti i mezzi a disposizione, per costruire al meglio uno spazio dove ogni lavoratore possa recarvisi con il sorriso e con la voglia di mettersi in gioco, sentendosi attore e parte importante per l’azienda e per tutto il resto del team.

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