Come far esprimere al meglio i tuoi lavoratori

Hai mai pensato di fare delle indagini interne alla tua
azienda?

Ascoltare i propri lavoratori, rispondere alle loro esigenze
e farli sentire importanti, molto spesso è la chiave per un’azienda felice in cui lavorano persone felici.


Un’impresa che adotta questo approccio internamente,
focalizzandosi sul benessere del proprio team, ne risentirà i risvolti positivi sotto vari aspetti, come ad esempio quello di avere una maggiore produttività, un miglior clima interno, o più semplicemente una maggiore fidelizzazione da parte dei lavoratori verso il proprio ambiente di lavoro.

Dal punto di vista del lavoratore, invece, essere messi al
centro può portare migliorie non soltanto dal punto di vista aziendale, ma anche all’interno della propria vita privata.


Un dipendente felice, che si sente una persona con le
proprie necessità e le proprie richieste, invece che soltanto uno dei tanti, avrà un approccio differente nella propria vita, indipendentemente dal fatto che si trovi sul luogo di lavoro.

Sarà più motivato, si sentirà ascoltato e di conseguenza
riuscirà ad avere una migliore conciliazione vita lavoro e a vivere una vita serena, sentendosi parte di un gruppo che crede in lui.


Cosa significa, però, mettere al centro il lavoratore?

Per prima cosa, ascoltarlo.


Possiamo partire facendo un piccolo esempio: se ad un nostro
lavoratore nascesse un figlio, questo potrebbe voler a tutti i costi rimanere più tempo possibile a casa con lui, parimenti potrebbe volersi dedicare maggiormente al lavoro, attraverso straordinari e ore aggiuntive, e lavorare per la nuova creatura che è entrata in famiglia. In questo modo, si dedicherebbe a lui per permettergli una maggiore stabilità ed un futuro migliore.

Da questo si evince che, di fronte ad una stessa situazione,
due lavoratori possono rispondere in maniera totalmente diversa e, di conseguenza, avere priorità e desideri differenti.


La comunicazione e l’ascolto sono sicuramente il punto di
svolta, di fronte a questi contesti, per poter portare ricchezza alla vita del proprio lavoratore, e di conseguenza all’azienda in cui questo lavora.

Potrebbe succedere anche che, essendo convinti di fare
qualcosa di positivo per il proprio dipendente, in realtà si stia facendo l’opposto. Questo succede proprio perché ogni persona è diversa, così come lo sono le sue reazioni, ma soprattutto ognuno di noi cambia, si evolve, muta e cresce ogni giorno.

Ad esempio, per la nascita di un primo figlio il lavoratore
potrebbe preferire una condizione, mentre dopo un anno, per la nascita del secondo, potrebbe preferirne un’altra.


Condividere è ciò che di più importante può esserci in
un’azienda e il compito di un datore di lavoro è fare in modo che la comunicazione avvenga in maniera sincera, limpida, e senza timore di esprimersi.


Sicuramente il carattere è un qualcosa che va ad influire in
queste dinamiche ambo i lati: una persona più riservata potrebbe aver più difficoltà ad esprimere le proprie richieste, ed un capo più diretto potrebbe pensare che, nel caso un lavoratore avesse un’esigenza particolare, non esiterebbe a farsi avanti.

Non sempre, però, è così, perché ogni persona è diversa ed
affronta le cose in maniera unica.


Un ambiente lavorativo sereno, fatto di scambi, trasparenza,
riunioni e condivisioni, sicuramente è uno degli ingredienti fondamentali per fare emergere le richieste e le esigenze dei propri lavoratori, ma questo non sempre basta.


Capita spesso che una persona, per quanto abbia magari avuto l’idea iniziale di esprimere i propri pareri, si sia trovata di fronte una situazione a lui poco confortevole per esprimersi.

Parlare in pubblico, durante una riunione ideata per
condividere e per crescere, non sempre può risultare semplice ed efficace per tutti. Ci saranno persone che preferiranno ascoltare, ed altre che non smetteranno nemmeno per un istante di parlare.


Quali possono essere, dunque, soluzioni ulteriori per far
emergere il “non detto” all’interno della propria azienda?


Per prima cosa si potrebbero introdurre indagini interne, in
modalità questionario, totalmente anonime.

Attraverso form impostati, o domande a risposta aperta, un
lavoratore può avere la possibilità, per esempio, di dire cosa vorrebbe migliorare all’interno della propria azienda per il suo benessere, e per quello dell’impresa stessa.

L’anonimato permette di far emergere molto di quanto non
viene espresso in un ambiente lavorativo e questo, per quanto possa sembrare una sorta di scudo dietro cui nascondersi, può portare comunque molti risvolti positivi applicabili all’interno della realtà in cui si opera.


Un altro approccio, certamente più diretto, è quello
dell’introdurre colloqui individuali con i propri lavoratori.

Prendersi dieci o quindici minuti di tempo per parlare con
ciascun dipendente non farà fallire l’azienda, ma anzi, le darà una spinta in più perché ogni persona, alla fine del colloquio, si sentirà ancora più parte di questa.

Ci sono molte cose che emergono da queste chiacchierate
individuali, e forse anche perché non tutti hanno il piacere esprimersi di fronte a venti o trenta persone durante una riunione, specialmente le persone più introverse o insicure.

Parlare con il proprio datore di lavoro, invece, può essere molto più semplice di quanto si possa pensare, perché si può creare una condizione in cui ci si senta sullo stesso livello. Proprio per questo non si deve simulare un interrogatorio, ma la situazione deve assomigliare il più possibile ad una
chiacchierata al bar con un amico.


Adottando questo approccio, che probabilmente non viene
condiviso da tutti i capi, si avrà una relazione più umana, più coesione e più affinità.


A prescindere dal ruolo che una persona ricopre, l’ambiente
lavorativo è quello in cui molte persone passano la maggior parte del proprio tempo durante una giornata, e non sarebbe poi così male se, guardandosi intorno, ci si sentisse ascoltati, aiutati e sostenuti, ma soprattutto parte di
una stessa e grandissima famiglia.

 

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